Violenza di genere e giovani: dati e analisi

Gli approfondimenti di CompetenceLab

Dibattito con Avv. Maria Concetta Belli

Partiamo necessariamente dai numeri: nel corso del 2024, dato al 23.11.2024, i femminicidi sono stati 97. Va precisato che il termine “femminicidio” sta ad indicare l’uccisione di una donna in quanto tale e che il nostro ordinamento non disciplina questo particolare caso, punendo, indistintamente dal genere della vittima, “chiunque cagioni la morte di un uomo” – inteso quale essere umano.

Se guardiamo ai numeri degli anni precedenti – 105 nel 2022, 104 nel 2021, 101 nel 2019 – verrebbe quasi da pensare che gli interventi legislativi a tutela delle vittime di reati di genere, tra i quali troviamo i maltrattamenti e la violenza sessuale, hanno avuto una incidenza ed un effetto deflativo eppure il dato che emerge è ancora allarmante.

Cosa ci dicono esattamente questi dati?

Avv. Belli: Allora, i dati ci riportano un’analisi dura, cruda, anche rispetto alla legge, perché la legge, se non è fallimentare, è sicuramente carente. Questo perché noi abbiamo necessità di modellare la legge a secondo di quella che è l’evoluzione. Quando sono stati promulgati gli interventi principali sono apparsi come innovativi e ci si è augurati potessero essere sufficienti ad arginare i reati di genere ed anche di femminicidio. Oggi, secondo me, bisogna rimodellarla. Non è possibile ragionare solo in termini di numero totale, invece di 97 donne sono 90. No, non si va meglio. Perché i femminicidi ancora ci stanno. Perché noi non siamo stati in grado di fermarli. Non siamo stati in grado di fermarli intervenendo sulla cultura. E noi sappiamo quanto è importante questo, quanto siano importanti le famiglie, la scuola, la società, il gruppo di pari. Gli interventi modificativi delle norme sono stati tanti nel corso degli anni, ma non tutti hanno portato dei risultati considerevoli.

Prendiamo ad esempio, l’introduzione del braccialetto elettronico. Cosa significa dare un braccialetto elettronico che impedisce alla persona di avvicinarsi entro 300 metri, 500 metri? Come funziona? 

Sia la vittima che l’autore della violenza o del comportamento ossessivo sono attenzionati; se l’autore si avvicina alla vittima, superando il limite di distanza imposto, l’apparecchio in uso alla vittima ed all’autore emettono un allarme sonoro; il segnale di rilevamento GPS viene trasmesso alla questura od al comando competente e le forze dell’ordine dovrebbero chiamare la vittima per accertarsi di quanto sta accadendo. Ed allora, in un tale sistema 300 metri che cosa sono? L’autore mi vede da lontano, si avvicina, nel frattempo suona il braccialetto, parte l’iter ma prima dell’intervento potrebbe essere già successo l’irreparabile. Cosa serve, dunque? Potrebbe servire se ad esempio l’autore si trovasse in un’altra città. Allora, quando passa il confine suona e vi sono i tempi per attivarsi e per la donna di mettersi in sicurezza.”

Una divisione che credo sia amplificata anche dal fatto che molti sono ancora legati al concetto che quanto accada sul web non sia reale bensì virtuale; reale e virtuale non siano interconnessi e non producano effetti sull’uno sull’altro. Ed invece sappiamo non essere così.

Nel quadro dell’accordo di collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio, l’Istat nel 2018 ha realizzato un modulo espressamente dedicato alla rilevazione degli stereotipi sui ruoli di genere e per la prima volta alle opinioni sull’accettabilità della violenza, sulla sua diffusione e sulle sue cause, nonché sugli stereotipi in merito alla violenza sessuale.

Dal 2020, l’Istat ha aggiunto una nuova fonte di informazione con lo scopo di migliorare la conoscenza del fenomeno della violenza sulle donne utilizzando i Big Data. In particolare, è stato promosso un progetto di analisi del sentiment e dell’emotion che utilizza i social media (X-Twitter, pagine pubbliche di Instagram e Facebook, Webnews) per capire come questi rappresentano il fenomeno della violenza e degli stereotipi di genere e approfondire le nuove forme di violenza online.

I dati raccolti mostrano la divisione di cui si parlava prima, ma anche la presenza – anche in rete – di molti stereotipi di genere che corrispondono, di fatto, a quelli emersi dai dati Istat raccolti nella “vita reale”.

Il 10,2% degli intervistati, nella fascia dei giovani adulti, dichiara di accettare il controllo dell’uomo sulla propria comunicazione (cellulari e social), perché visto come sintomo di affetto, attenzione, e non di controllo.

Rispetto alla violenza sessuale: il 48,7% degli intervistati ha almeno uno stereotipo sulla violenza sessuale; in particolare il 39,3% pensa che una donna possa sempre sottrarsi ad un rapporto sessuale se non lo vuole; quasi il 20% pensa che la violenza sia provocata dal modo di vestire delle donne.

Sembra quasi che oltre 10 anni di battaglie, di interventi legislativi, riforme e controriforme, codice rosso e così via, non siano serviti molto ad educare al rispetto, alla non violenza, al consenso. L’aumento dei reati tra i giovanissimi in particolare è un dato che deve indurre ad una riflessione profonda. Si moltiplicano gli approfondimenti che associano i social ad una serie di effetti pregiudizievoli sui ragazzi, dall’asocialità, alla solitudine, alla depressione.

Il telefonino è diventato un filtro che crea una incapacità di comunicare?

Il modello rappresentato e diffuso online è l’unico che conosco e so applicare?

Avv. Belli: Allora, io penso che prevalentemente si cerchi il consenso degli altri e tutto quello che si compie nel reale è finalizzato e realizzato per finire online, per ottenere un like. Questo mi porta a riprendere tutto. La vita quotidiana, quello che mi può fare apparire come un vincente, uno forte. Non sempre però quello che viene mostrato è dimostrativo della realtà, nelle sue varie sfaccettature. I ragazzi sono probabilmente soli perché non hanno una base su cui poggiarsi, non sanno definire i loro desideri, quelli profondi; non sanno rispondere ad esempio a domande come “cosa vuoi fare da grande? Non hanno una visione del futuro, non si riconoscono in nulla. C’è una forte responsabilità della società, delle politiche sociali; c’è diffidenza e non inclusione. Questo è il risultato di anni di abbandono, di semplificazioni e di generalizzazioni. Mancano le strutture e manca la volontà di crearle.”

Ne emerge un bilancio duro, ma voglio concludere con un messaggio positivo, che possa essere di speranza perché i giovani sono il futuro della nostra società. Anzi sono l’adesso ed il domani, perché parlando di futuro si è portati a posticiparlo troppo in avanti, come a qualcosa di cui non dovermi occupare adesso. E lo dico alla luce di ulteriori due dati, gli ultimi, che affronteremo in questa occasione, ma sui quali torneremo: la situazione delle carceri minorili ed i reati commessi sul web.

La relazione tecnica svolta dall’associazione Antigone registra il numero massimo, mai realizzato, di ragazzi sotto i 18 anni trattenuti in carcere. Sono ben 500 ragazzi; un numero che potrebbe essere considerato un numero non elevato, ma se consideriamo i principi alla base del processo minorile, diventa un numero importante.

Nei soli primi nove mesi del 2024 si è registrato un aumento dei reati commessi sul web ed in particolare un aumento dei casi di sextortion, cioè la estorsione sessuale, di revenge porn e dello stalking.

Avv. Belli: “Alla base vi sono gli stessi meccanismi: mancanza di rispetto, mancanza di considerazione, dell’altra persona. Prima ancora del genere; inoltre oggi vi è una disponibilità ed un accesso quasi illimitato a una serie di contenuti che, anche per l’età, non sanno gestire. Partiamo da questo presupposto- in ordine ad esempio ai video delle violenze sessuali- faccio una violenza, sono consapevole o meno che sto facendo una violenza, però lo pubblico, però manifesto quello che io sto facendo, quindi in qualche modo sono orgoglioso di far vedere quello che sto realizzando; questo è un dato o almeno una delle letture possibili. Abbiamo parlato di rispetto ma a volte non è una questione solo di rispetto verso la persona, è una questione di indifferenza. Di fronte non c’è una persona, c’è una persona verso cui io non provo niente. Quale survivor di abusi sessuali nell’età dell’infanzia, di pedopornografia e prostituzione infantile, mi sono resa conto che molti abusati capiscono tardissimo di aver subito un abuso. Magari hanno tutti i sintomi del trauma da stress post traumatico, ma non ricordano assolutamente nulla di quello che hanno vissuto. Provano una sorta di angoscia dissociativa. Il cervello a un certo punto dimentica, non riesce a capire che cosa è esattamente quello che ha vissuto. La terapia può aiutare, così come il metodo EMDR, anche se i ricordi, che possono sopraggiungere, restano fumusi. Spesso un abuso da bambini si riconosce se c’è stata una educazione del consenso.”

Diventa allora importante, insegnare a bambini e bambine, ragazzi e ragazze, ed anche a uomini e donne adulti, il confine del proprio corpo; insegnare loro che è possibile dire di no ed insegnare loro che l’espressione, la manifestazione delle loro emozioni è valida ed ha valore. Solo così saranno in grado di riconoscere i meccanismi delle loro relazioni.

CompetenceLab

Claudia Sorrenti

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