8 marzo Festa delle Donne: anche se comunemente chiamata così è la Giornata Internazionale dei diritti delle donne in cui si dovrebbero celebrare per l’appunto i diritti, le conquiste, i traguardi o almeno le lotte fatte perché tutte le donne del mondo possano avere pari diritti, pari dignità e pari opportunità.
Una giornata che merita una riflessione e per farlo CompetenceLab ha deciso di ripercorrere le sue grandi tappe fino ad oggi per capire quale strada debba essere ancora percorsa e perché sia ancora necessario parlare di diritti delle donne, augurandoci possiate trovare interessanti alcuni spunti di riflessioni e provocazioni.
I DIRITTI DI IERI
Tra la seconda metà del XIX secolo e gli inizi del XX secolo nacquero, soprattutto nel mondo anglosassone, diversi movimenti che puntavano a far ottenere il diritto di voto e garantire una maggiore partecipazione alla vita politica alle donne. Parallelamente movimenti socialisti e americani ritenevano maggiormente prioritarie rivendicazioni economiche e stipendiali che fossero al pari degli uomini. Nel 1907 si tenne VII Congresso della Internazionale socialista dove fu votata una risoluzione per l’introduzione del suffragio universale. In America venne indetto il Woman’s Day celebrato dapprima il 23 febbraio 1909 e poi l’anno successivo il 27 febbraio 1910. In Europa la Giornata Internazionale delle donne venne celebrata per la prima volta, a seconda del Paese, tra il 18 e 19 marzo 1911, ma non fu celebrata ogni anno e da tutti gli Stati. Molte erano le agitazioni e manifestazioni che si ripetevano per i diritti delle donne e dei lavoratori dalla Germania alla Russia, che però vennero interrotte in tutti i Paesi con lo scoppio della prima guerra mondiale, nel luglio del 1914. La data dell’8 marzo è stata per anni associata alla morte di centinaia di operaie che sarebbe avvenuta, in quel giorno dell’anno 1908, nel rogo di una inesistente fabbrica di camicie Cotton o Cottons di New York ma è più probabile che trovi origine nella grande manifestazione tenutasi a San Pietroburgo l’8 marzo 1917 dalle donne della capitale che rivendicavano la fine della guerra.
Dobbiamo attendere però 60 anni – era il 16 dicembre 1977 – per vedere l’Assemblea generale delle Nazioni Unite proporre a ogni paese di dichiarare un giorno all’anno “Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale» e vedere riconosciuto il ruolo della donna e la necessità di porre fine a ogni discriminazione e vedere aumentare l’appoggio a una piena e paritaria partecipazione delle donne alla vita civile e sociale del proprio Paese. L’8 marzo fu scelto come data ufficiale da molte nazioni.
Siamo nel pieno degli anni di una trasformazione culturale, sociale e di costume che ha portato all’emancipazione femminile ma anche ad espressioni come “autodeterminazione dei corpi”, “coscienza di sé” che iniziarono a permeare il dibattito ma anche la moda, il linguaggio del corpo e lo stile di vita.
Per chi non ha vissuto quel periodo storico, molte conquiste possono sembrare naturali, quasi ovvie, ma sono il frutto di un lungo lavoro di donne e uomini illuminati che hanno permesso piccoli passi in avanti.
I DIRITTI AD OGGI
La sensazione che si ha è che essere donna al giorno d’oggi comporti la fatica di dover procedere logorata da resistenze culturali e incertezze normative che ancora sussistono, soprattutto sul fronte delle politiche di conciliazione fra vita e lavoro, le uniche capaci di rendere effettive le leggi sin qui varate al fine di realizzare una democrazia realmente paritaria auspicata dai nostri costituenti.
Ancora oggi sussiste infatti un deficit nel rapporto fra donne e politica, donne e economia, donne e lavoro che rende la nostra società una “democrazia incompiuta”.
Tra gli obiettivi dell’Agenda 2030 – programma d’azione delle Nazioni Unite (ONU) – vi è anche la parità di genere, evidentemente ancora non raggiunta, e l’Europa ha previsto una serie di obiettivi strategici ed azioni volte a compiere progressi significativi entro il 2025 – ora – per un’Europa Garante della parità di genere, quale espressione dell’art. 23 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che prevede che la parità tra donne e uomini debba essere assicurata in tutti i campi, inclusi quelli dell’occupazione, del lavoro e della retribuzione.
I dati Istat 2025 – sempre ora – ci raccontano che in Italia il gap di genere del tasso di occupazione è quasi doppio rispetto alla media UE e che sussistono ancora forti differenze di genere. Se tra gli uomini circa sette occupati su dieci possono contare su un lavoro standard (dipendente a tempo indeterminato o autonomo con dipendenti), le occupate in questa stessa situazione sono poco più della metà (53,9%). Di contro, quasi un quarto delle donne che lavorano – quasi 2 milioni e mezzo – presenta elementi di vulnerabilità, contro il 13,8% degli uomini. A incidere maggiormente sulla differenza tra uomini e donne è il fatto di svolgere un lavoro a orario ridotto non su base volontaria. Si chiama “part-time involontario” che tradotto significa non per scelta.
Il carico familiare rappresenta per molte donne un motivo di rinuncia all’attività lavorativa, soprattutto quando ci sono bambini in età prescolare: tra i 25 e i 34 anni, meno della metà delle madri risulta occupata, a fronte di oltre il 60% nella fascia tra i 35 e i 54 anni. La differenza è di circa 30 punti percentuali quando i genitori hanno figli minori (rispettivamente 91,5 e 61,6%).
Il rendiconto di genere presentato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell’INPS al pari rappresenta come: le donne in Italia hanno un tasso di occupazione di quasi 18 punti inferiore a quello degli uomini; le retribuzioni medie giornaliere delle donne sono inferiori del 20% rispetto a quelle dei loro colleghi e che pur essendo mediamente più istruite fanno più fatica a fare carriera. Solo il 21% dei dirigenti e il 32,4% dei quadri è donna.
I divari occupazionali di genere sono sempre a favore degli uomini anche nelle “discipline femminili”, come ad esempio per lauree umanistiche e per le mediche-sanitarie.
Anche su questo aspetto le disuguaglianze di genere trovano in parte ragione nella difficoltà di combinare una carriera professionale con un ruolo di responsabilità domestica e familiare. L’analisi dei divari di genere nei tassi di occupazione per ruolo in famiglia evidenzia che tra quanti vivono in coppia il gap diventa elevato e a sfavore delle donne, accentuandosi ulteriormente in presenza di figli.
Ma non soltanto, perché nonostante i progressi, la posizione delle donne sul mercato del lavoro è ancora oggi fortemente condizionata da processi di “segregazione” che conducono a una distribuzione non uniforme delle occupazioni tra donne e uomini, concentrando uno dei due generi in determinate professioni o settori di attività.
Si parla, in particolare, di segregazione “orizzontale” in presenza di una maggiore concentrazione in un numero ristretto di professioni, mentre il concetto di segregazione “verticale” si riferisce alla difficoltà che sperimentano le donne nell’accesso a professioni qualificate o a posizioni di vertice all’interno delle organizzazioni. Per capirci metà dell’occupazione femminile è concentrata in 21 professioni, quella maschile in 53.
Eppure il diritto all’uguaglianza è un diritto “fondamentale”, garantito dall’articolo 3 della Costituzione ed è a Nilde Iotti, madre costituente, a cui dobbiamo dire grazie.
I diritti dovrebbero rappresentare un punto di equilibrio e stabilizzazione dell’ordinamento ma la sensazione è che gli stessi siano diventati oggetto soprattutto di discussione (che a non stare attenti può portare anche a metterli “in discussione”). La loro dimensione è l’aspetto di una lotta, di una tensione fra visioni diverse e contrastanti, apparentemente inconciliabili, la visione di una società radicata su retaggi culturali – che mi auguro la mia generazione possa almeno scuotere e le nuove generazioni sapranno abbattere – che ancora conservano e preservano il ruolo di donna e madre e non vogliono esaltare né riconoscere il ruolo di uomo e padre.
L’obiettivo della parità dei diritti non è ancora completato perché la disparità è un fatto culturale.
I dati riportati ci riportano una fotografia chiara della nostra società, del fatto di essere ancora legati a luoghi comuni e preconcetti. Dove la parità familiare è un’esigenza prima che un diritto, dove ad incidere sul divario salariale, occupazionale ed economico tra donna e uomo, c’è quale “elemento di vulnerabilità” il diventare madre, non padre.
Dove accudimento, crescita sono termini e competenze da sempre attribuite al genere femminile. I dati ci dicono che la disparità non si fonda su minori capacità, minore conoscenza, minori qualifiche ma solo sul ruolo attribuito alla donna e alle politiche che non hanno saputo realizzare l’esercizio e l’applicazione di quel principio di uguaglianza di rango costituzionale.
Ma allora il punto potrebbe essere: Voi uomini vi sentite alla pari? Non siete stufi di essere sempre messi in dubbio sulle vostre reali capacità? Sul vostro reale merito?
Non vi sentite discriminati dal non poter crescere e educare i vostri figli? Di non avere praticamente che solo pochi giorni di paternità? Di non poter scegliere un part-time per dedicarvi alla famiglia o ad i vostri interessi perché sareste visti come dei “mammo”? Non vi sentite punti nell’orgoglio a non essere giudicati “adeguati” dalla società nel vostro ruolo di padri?
Perché quando si parla di parità di genere si intende di parità di opportunità – ovvero per entrambi i sessi – non di scelte o esigenze personali (volontarie e non) ma della possibilità concreta di poter accedere agli stessi diritti, benefici, vantaggi e sì anche svantaggi.
Se è – come crediamo – necessario un cambiamento culturale e sociale allora occorre responsabilizzarsi e agire perseguendo lo scopo che si ritiene corretto eticamente e moralmente nel vivere quotidiano, nelle scelte, nelle richieste. Più semplicemente nell’agire senza attendere che a cambiare le cose ci pensi qualcun altro.
Non si tratta di una formula magica che fa evaporare i conflitti sociali o elimini ogni sorta di ingiustizia ma può e deve rivelarsi strumento di una più vasta strategia antidiscriminatoria da esportare in quanti più luoghi possibili, a partire dai luoghi di lavoro.
I concetti di parità di genere e di sostenibilità, quest’ultimo in particolare, tanto promosso nelle aziende sino a quando la società è in benefit, rappresentano certamente scelte “etiche”, che tuttavia non sono economiche, e ragionare in termini di sola generazione di valori a discapito del profitto, in una dicotomia netta, è sbagliato e non agevola misure e politiche aziendali a tutela dell’azienda e dei suoi dipendenti, il cui benessere rafforza l’azienda e la fa crescere.
Questo dovrebbe essere lo spirito nel mondo del lavoro che deve abbracciare vertici aziendali e dipendenti e che si tramuterebbe in un reale cambiamento sociale ed economico a partire dal territorio di riferimento, ma che se diventasse un modello porterebbe ad una profonda rivoluzione culturale.