Perché investiamo tanta energia su apparenze e pregiudizi quando potremmo dialogare?
Da un po’ di tempo seguo la newsletter After Babel* di Jonathan Haidt, autore del libro “Generazione ansiosa”, che consiglio a tutti i genitori che cercano un approccio scientifico per comprendere meglio il rapporto tra adolescenti e digitale (con un focus sull’uso e abuso dei social).
Nell’ultimo numero della newsletter, una mamma come noi, Tracy, ** racconta una vicenda realmente accaduta (anche se sembra uno scherzo ben architettato) che parla di figli, desideri, tecnologia e… stampanti 3D.
E anche di noi genitori. Di quanto ci sentiamo spesso soli nel prendere decisioni che riguardano il digitale.
Questo un estratto della storia, che mi ha fatto particolarmente riflettere e sul quale vorrei riflettere assieme.
Tutto inizia con una frase che echeggia nei corridoi della scuola: “Matteo ha un iPhone!”
E con questa frase… scoppia il caos.
La mamma di Matteo, un bambino di quarta elementare, sa bene quanto il mondo digitale attiri i bambini. E nonostante il suo impegno per promuovere abitudini sane con la tecnologia, nemmeno lei è immune. Per il compleanno, con tutte le buone intenzioni, regala a Matteo una stampante 3D.
E tra dinosauri, portachiavi e astronavi, un bel giorno, cosa decide di stampare Matteo? Un iPhone.
A grandezza naturale.
Con tanto di cover colorata.
Un capolavoro di design minimalista e finzione perfetta.
Il giorno dopo lo porta a scuola, fiero come se avesse in tasca l’ultimo modello appena uscito da Cupertino. In dieci minuti si sparge la voce:
“Matteo ha un iPhone!”
Messaggi, occhi sgranati, brusii all’uscita da scuola.
Una mamma le scrive: “Tuo figlio ha mostrato il telefono al mio!”
E qui parte la valanga di rumors, pettegolezzi e, a volte anche cattiverie.
D’altronde, se pensiamo ai nostri figli – io ne ho tre, uno di 11 anni (in prima media), una di 8 (in seconda elementare) e uno di 4 (ancora alla scuola dell’infanzia) – loro, a tutte le età, parlano tra loro tutto il giorno. Di YouTube, videogiochi, regole, chat, smartwatch. Degli youtuber o dei tiktoker che vanno di moda in questo momento, dei video virali più famosi, di Pokemon, Minecraft o Brawl Star.
I genitori, invece? Ecco, purtroppo, troppo spesso i genitori all’opposto dei figli, spesso rimangono in silenzio. A volte per pudore. A volte perché non sanno da dove iniziare. A volte perché hanno paura del giudizio altrui.
Le frasi che sento più spesso dire quando vado agli incontri dedicati al tema “Adolescenza e smartphone” sono sempre le stesse e ripropongono sempre le nostre insicurezze.
Quando un figlio torna a casa e dice “Tutti hanno uno smartphone!” o “Sono l’unica senza smartwatch!”, spesso noi genitori ci sentiamo soli e spaesati.
E fanno capolino le obiezioni più ovvie:
- Non ho tempo (né voglia) per affrontare questi discorsi;
- Non voglio diventare quel tipo di genitore retrogrado che dice sempre no e impone regole rigide;
- E se poi mio figlio viene escluso dal gruppo?
- Questo è il mondo in cui vivono… che senso ha opporsi? Ce l’hanno tutti ormai.
- E comunque: da dove diamine si comincia?!
ATTENZIONE!
Non servono superpoteri né master in pedagogia digitale.
Il punto non è avere tutte le risposte, ma iniziare a farci delle domande. Insieme.
Quando i genitori parlano tra loro — davvero, senza giudicarsi — succede una cosa potente:
meno confusione.
Più fiducia.
Più alleanze.
E ci accorgiamo che non siamo soli, che anche altri stanno cercando di capire.
E a volte, per cambiare qualcosa, basta pochissimo:
Un libro letto insieme.
Un gruppo di genitori che si parla senza giudizio.
Un’idea condivisa può diventare un gesto.
Un gesto può diventare un’abitudine.
Un’abitudine può cambiare un pezzettino di mondo.
Forse anche tu senti che qualcosa va ripensato.
Allora ti lascio con una domanda semplice (ma potente):
Hai mai parlato con altri genitori di come vivono i nostri figli il mondo digitale? E hai mai chiesto a tuo figlio cosa prova quando un suo amico ha finalmente il suo smartphone (e se lo osserva per come fa uso di questo potentissimo strumento)?
Non serve essere perfetti.
Basta avere il coraggio di dire: “Anche per me è difficile.”
È da lì che può iniziare una nuova cultura.
Una cultura più consapevole, meno sola.
Sono Loretta Schenato, per lavoro porto voce, ascolto e umanità nella customer journey, nella vita di tutti i giorni sono mamma di tre bambini, appassionata di libri sulla preadolescenza, attenta ai temi del digitale, impegnata nella comunità e con un grande desiderio di condivisione e coesione, perché convinta che assieme, un tassello alla volta, si possa cambiare il mondo!
** Tracy Foster, co-fondatrice e direttrice esecutiva di Screen Sanity, un’organizzazione no-profit che aiuta bambini e famiglie a rimanere affascinati dalla vita, non dagli schermi.