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Giovani e lavoro:

quando aspettative e realtà non coincidono più

Quando si parla di giovani e lavoro, il dibattito si polarizza facilmente.

Da una parte si dice che i giovani hanno aspettative troppo alte. Dall’altra che il mercato del lavoro offre condizioni troppo fragili.

Due narrazioni opposte che contengono solo una parte di verità e che spesso finiscono per semplificare una realtà molto più complessa.

Se si continua a ragionare in termini di parti contrapposte, ragioni e torti, la questione non si comprende né risolve.

Quello che emerge sempre più chiaramente è un disallineamento tra giovani e mondo del lavoro.

Qualcuno lo descrive come un divario generazionale. Qualcun altro come un vero e proprio baratro.

In ogni caso, ciò che appare evidente è che qualcosa non sta più funzionando come prima.

Aspettative che cambiano.

Nel corso degli anni le aspettative verso il lavoro sono mutate al pari della società in cui viviamo.

Le generazioni più giovani tendono a cercare nel lavoro priorità differenti quali: coerenza tra ciò che fanno e ciò che sono; possibilità di crescita e apprendimento; equilibrio tra vita e lavoro; contesti organizzativi equi e trasparenti. Quindi non soltanto stabilità economica.

Questo, a dispetto di un sentire comune, non rappresenta una minore disponibilità all’impegno. Anzi, il lavoro stesso è percepito come una parte della propria identità e per tale ragione richiedono venga riconosciuto.

Questa concezione, tuttavia, si scontra spesso con chi è cresciuto con l’idea che il lavoro sia prima di tutto un dovere inevitabile, che anche se non piace (perché ammettiamolo “a chi piace tutti i giorni alzarsi per andare a lavorare”?) va fatto e non si possono sovvertire le regole.

Molte organizzazioni continuano a operare con modelli costruiti in contesti economici e sociali molto diversi e, forse, ormai superati.

Questo rende quelle stesse organizzazioni meno appetibili.

L’ingresso nel lavoro

Il momento in cui questo disallineamento intergenerazionale diventa più evidente è l’ingresso nel mondo del lavoro.

Situazione non avvantaggiata dal fatto che molti giovani attraversano una fase iniziale caratterizzata da:

  • contratti temporanei
  • periodi di prova prolungati
  • ruoli poco definiti
  • aspettative elevate di adattamento immediato

Questo crea una inevitabile e fisiologica tensione.

Da una parte si chiede ai giovani di dimostrare competenze e autonomia. Si chiede di adattarsi a modelli che non condividono. Dall’altra si contesta loro che non hanno ancora raggiunto le competenze adatte ad assumere ruoli differenti.

Una contraddizione importante se associata alla circostanza che molti contesti lavorativi non sono strutturati per accompagnare davvero i giovani nella costruzione di un percorso professionale.

 

Competenze richieste e competenze costruite

Qui emerge forse la contraddizione più evidente.

Il mercato del lavoro richiede competenze sempre più articolate: capacità di lavorare in gruppo, pensiero critico, autonomia decisionale, gestione della complessità.

Ma molte di queste competenze non si apprendono solo attraverso lo studio. Si costruiscono nel tempo, dentro contesti professionali che permettono di sperimentare, sbagliare, apprendere.

Quando l’ingresso nel lavoro è frammentato e incerto, questo processo diventa più difficile.

Il rischio è che si crei un circolo vizioso: si chiedono competenze che il sistema fatica a generare.

Un problema di traduzione

Forse il disallineamento tra giovani e lavoro non nasce da aspettative irrealistiche o da organizzazioni incapaci. Nasce da una difficoltà di traduzione.

Le organizzazioni faticano a interpretare le aspettative di una generazione cresciuta in un contesto sociale e digitale diverso. I giovani faticano a comprendere i tempi e i vincoli del funzionamento delle organizzazioni.

In mezzo rimane uno spazio di incomprensione.

Ripartire dal dialogo

Ridurre questo disallineamento non significa scegliere tra esigenze diverse. Significa creare spazi di confronto in cui aspettative, responsabilità e percorsi possano essere resi più chiari.

Il lavoro non può essere visto, vissuto e venduto solo come un contratto. Rappresenta (o almeno dovrebbe rappresentare) uno dei luoghi in cui le generazioni si incontrano, si confrontano e costruiscono insieme il futuro.

Quando questo dialogo manca, il disallineamento cresce. Quando invece esistono spazi di confronto reale, aspettative e responsabilità diventano più comprensibili per tutti.

Forse è da qui che si può ripartire: non dall’idea che giovani e organizzazioni parlino linguaggi incompatibili, ma dalla consapevolezza che quel linguaggio va continuamente tradotto.

#CRESCERECOMPETENTI significa anche questo: capire che il disallineamento tra giovani e lavoro non è uno scontro inevitabile, ma un terreno su cui costruire nuove forme di collaborazione tra generazioni.

 


#CRESCERECOMPETENTI è un percorso di riflessione su educazione digitale, lavoro e diritti. Se questo testo ti ha fatto fermare a pensare, seguire e condividere il percorso significa continuare a porsi domande insieme.

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