Se fosse solo uno strumento potremmo usarlo bene o male, accenderlo o spegnerlo, al più disciplinarlo con qualche regola in più. Ma il digitale oggi non è solo questo. È un ambiente che attraversiamo ogni giorno e che incide su come apprendiamo, lavoriamo, comunichiamo, prendiamo decisioni.
Come tale non è neutro. Ha regole implicite, incentivi, tempi, linguaggi. Come ogni ambiente, orienta i comportamenti più di quanto siamo disposti ad ammettere.
Le piattaforme digitali non si limitano a ospitare contenuti. Selezionano, ordinano, rendono visibile ciò che genera attenzione. Non decidono cosa pensare, ma ci inducono un pensiero influenzato da ciò che vediamo, da ciò che ci sembra rilevante, da ciò che viene ripetuto. Questo vale per l’informazione, ma anche per le relazioni. Per il modo in cui discutiamo, dissentiamo, costruiamo consenso o conflitto.
Nel tempo, ciò che è rapido e polarizzante tende a prevalere su ciò che è complesso, argomentato, incerto.
Il rischio non è solo la disinformazione. È l’abitudine a un confronto impoverito, accelerato, privo di contesto. Un confronto in cui l’interazione sostituisce la comprensione.
Soprattutto per i più giovani, il digitale è spesso il primo spazio di socializzazione pubblica. Non un “altrove”, ma il luogo in cui si costruiscono identità, appartenenze, riconoscimento.
Pensarlo solo come strumento significa ignorare il suo impatto educativo, sociale e culturale.
Educare al digitale, allora, non può ridursi a insegnare l’uso corretto delle tecnologie.
Significa aiutare a leggere l’ambiente, a riconoscerne le logiche, a sviluppare senso critico rispetto a ciò che viene proposto come naturale o inevitabile.
#CRESCERECOMPETENTI parte da qui: dal considerare il digitale non come un problema da contenere, ma come un contesto da comprendere e abitare con maggiore consapevolezza.
