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Comunicare non è condividere

Viviamo in un tempo in cui comunichiamo continuamente. Messaggi, post, commenti, reazioni. La comunicazione sembra ovunque.

Eppure, proprio mentre tutto viene condiviso, cresce la sensazione di non capirsi davvero. Di parlare molto, ma dialogare poco.

Forse vale la pena fermarsi su una distinzione che diamo per scontata: condividere non è comunicare.

Condividere significa rendere qualcosa visibile.

Comunicare implica invece una relazione: qualcuno che parla, qualcuno che ascolta, un contesto che rende possibile la comprensione.

Non è solo una questione di contenuti, ma di intenzione, di linguaggio, di responsabilità.

Nel digitale questa differenza si assottiglia.

Le piattaforme sono costruite per favorire l’interazione rapida: like, commenti, visualizzazioni. Ogni gesto è misurabile, ogni reazione conta.

Ma ciò che funziona per l’algoritmo non coincide necessariamente con ciò che costruisce relazione.

Il linguaggio stesso si adatta. Si semplifica, si irrigidisce, si polarizza. Non perché le persone lo desiderino sempre, ma perché i contesti digitali premiano ciò che è immediato, emotivo, divisivo.

Questi meccanismi incidono su come parliamo e anche su come ci percepiamo e ci confrontiamo con gli altri, soprattutto tra i più giovani.

Così l’interazione prende il posto del dialogo.

Si risponde, ma non ci si ascolta. Si reagisce, ma non si comprende. Si prende posizione, ma senza attraversare il punto di vista dell’altro.

Questo ha effetti che vanno oltre la rete. Il modo in cui comunichiamo online influenza la rappresentazione che abbiamo del reale, degli altri, dei conflitti.

I dualismi si rafforzano: online/offline, efficienza/umanità, visibilità/silenzio. E ciò che non trova spazio nel linguaggio condiviso rischia di diventare invisibile.

In questo scenario, il dialogo non è un automatismo. È una competenza sociale che va coltivata. Richiede tempo, ascolto, capacità di reggere la complessità e il dissenso.

Qui entra in gioco una responsabilità adulta spesso sottovalutata. Non basta chiedere ai più giovani di “comunicare meglio”.

Occorre interrogarsi sui modelli che proponiamo, sui linguaggi che normalizziamo, sugli ambienti – digitali e non – che costruiamo.

Crescere competenti nasce anche da questa domanda: che tipo di comunicazione stiamo rendendo possibile oggi?

Non per contrapporre rete e vita reale, ma per capire come abitare entrambi senza perdere umanità, senso e relazione.

#CRESCERECOMPETENTI– un percorso di riflessione su educazione digitale, lavoro e diritti.

Se questo testo ti ha fatto fermare a pensare, seguire e condividere il percorso significa continuare a porsi domande, insieme.

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